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Muffin ai mirtilli

2 aprile 2021

Un superclassico americano, facilissimo e abbastanza veloce da fare. In rete si trovano le ricette più diverse, con questa vengono non dolcissimi, soffici e che durano almeno un paio di giorni. Alla fine, una lunga disquisizione sui diversi tipi di mirtilli.

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Ali di pollo al forno

28 marzo 2021

Le ali di pollo sono un taglio saporitissimo e vergognosamente economico. Con questa ricetta molto molto semplice, vengono croccantissime e deliziose quasi come se fossero fritte.

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Maionese (v.2) e una piccola novità

24 marzo 2021

Dopo i ravioli cinesi, una seconda ricetta che non farei più seguendo l’originale che ho pubblicato nel 2012 è la maionese: il metodo che presento qua è enormemente più semplice e rapido e produce risultati molto migliori, soprattutto in termini di stabilità.

Dopo la ricetta, una piccola novità sul blog.

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Jiaozi, ossia ravioli al vapore cinesi (v.2)

1 marzo 2021

Il blog ha quasi dieci anni (!) ed è naturale che alcune delle ricette più vecchie siano da rivedere un pochino, con l’esperienza accumulata in questo tempo. La prima di cui daremo una seconda versione sono i ravioli cinesi, jiaozi, di cui parlai nell’ormai lontano 2012. Per queste “seconde versioni” riutilizzerò parte del il testo originale, modificando le parti da cambiare e aggiungendo note dove servissero; la ricetta vecchia resterà dov’è. Non metterò mai nessun riferimento alla versione vecchia all’interno della ricetta, in modo che non serva leggere due articoli.

I jiaozi preparati con questa seconda versione vengono sostanzialmente identici a quelli che potete assaggiare nei ristoranti, mentre quelli di prima erano simili, ma non perfetti. Date un occhio alle note aggiuntive sugli ingredienti!


Questo piatto è veramente tipico della Cina. I jiǎozi (饺子, da pronunciare quasi come si leggerebbe “ciao-zzu” in italiano) si servono nel dim sum, un pranzo a base di assaggini e tè e sono un famoso antipasto in tutti i ristoranti cinesi del mondo.

Qui do gli ingredienti e spiego il mio metodo per preparare anche la pasta. Nei negozi che trattano cibi orientali è possibile trovarla anche già pronta in dischi nel reparto dei surgelati: cercate jiaozi skin o gyoza skin, dove “gyoza” è il nome giapponese di questo piatto e “skin” è solo “pelle” (inteso: “guscio di pasta”), in inglese. Se non la fate da voi, prima scongelatela secondo le istruzioni sul pacchetto; questa ricetta vi sarà comunque utilissima per quanto riguarda il ripieno e la realizzazione finale. Va detto che, nelle versioni che ho provato, la pasta mi sembra tirata un po’ troppo grande e sottile e tende a rompersi facilmente per i miei gusti (v. foto!).

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Sriracha

18 febbraio 2021

Nei Paesi dove si mangia molto piccante, la gente ha inventato e reinventato moltissime volte una salsa fermentata fatta quasi solo di peperoncini; vengono subito in mente il tabasco negli Stati Uniti e il sambal oelek indonesiano. Non saprei dire per quale motivo, ma in Italia non mi pare che ce ne siano. Ad ogni modo, tra tutte queste salse una molto famosa è la thailandese sriracha, diventata celeberrima prima negli USA e poi nel resto del mondo grazie al successo della versione prodotta dalla Huy Fong, una ditta californiana fondata da immigrati thailandesi. Preparare in casa una salsa sostanzialmente identica alla versione commerciale è veramente alla portata di tutti, basta averne il coraggio.

A proposito del nome: deriva da Sri Racha, una cittadina non lontana da Bangkok. La prima delle due R c’è sia nell’originale (ศรีราชา) sia nella traslitterazione più comune (si trova anche “Si Racha”), ma è muta in entrambi i casi, perciò tanto la salsa quanto la località vanno lette come “siràcia”, che è una buona approssimazione, se ci concediamo di trascurare i toni.

La sriracha si trova abbastanza facilmente nei supermercati molto forniti, oltre che in qualsiasi alimentari “etnico”. Ci si potrebbe chiedere se valga la pena di farla in casa e, in generale, la risposta onesta sarebbe no, dato che col procedimento descritto qui viene sostanzialmente indistinguibile dalla versione commerciale. Vi consiglio di provarci se pensate che vi divertireste a farla, se avete una montagna di peperoncini maturi che coltivate voi e dei quali non sapete che fare, se la volete regalare, o se volete modificarla in qualche modo a vostro gusto, ad esempio se la volete molto più o molto meno piccante di quella del supermercato.

Se vi piacciono i peperoncini, vi consiglio di dare un occhio alla pagina dei miei amici Filippo e Sara, che in quel di Gemona coltivano e vendono molte varietà particolari. Alcune sono abbastanza piccanti che non le farei assaggiare a nessuno che non avesse prima firmato una liberatoria.

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Cannelé

3 febbraio 2021

Questo pasticcino francese (di Bordeaux, a volte anche canelé con una N sola) è il tipo di ricetta che di solito non pubblicherei: è famosissima e si trova ovunque, e richiede strumentazioni particolari. Tuttavia, sono stati per due anni e mezzo la mia balena bianca (li avevo promessi qui), perciò mi pare almeno di dover festeggiare la loro riuscita parlandone ai miei venticinque lettori. È caratteristico per essere croccante e caramellato all’esterno e morbido, quasi una crema, all’interno. Non contiene lievito: cresce solo per l’evaporazione –direi sostanzialmente completa– della quantità vergognosa di alcol che contiene in forma di rhum. Se vi voleste cimentare, ve li consiglio assaissimo.

Foto mia. Questi OTTIMI cannelé sono cotti un po’ troppo, ma parliamo cinque minuti, non di più.

Nonostante il nome lo potrebbe suggerire, non contengono cannella: il termine è collegabile all’italiano “scanalato”, per via della forma. L’inverosimile stora delle loro origini che si racconta un po’ dappertutto è più o meno questa: durante la produzione di alcuni tipi di vino si usano le chiare d’uovo per far precipitare le impurità (è il cosiddetto collage del vino); i tuorli avanzati venivano regalati ai monasteri, dove le monache inventarono i cannelé in tempi remotissimi. In realtà, almeno nella sua forma moderna, il cannelé è certamente un’invenzione della prima metà del XX secolo.

La preparazione richiede almeno un giorno di riposo, tenetene conto. Vi dico da subito anche che è quasi fondamentale avere gli stampini appositi; ne parlo dopo la fine della ricetta.

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Gnocchi di ricotta

28 gennaio 2021

Per una volta, torniamo in Italia con una ricetta semplicissima. Occorrono gli ingredienti giusti!

Un piatto con metà degli gnocchi che escono con questa ricetta. Quasi sempre troppi, per una persona sola!
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Dal makhani

20 gennaio 2021

Per me, la migliore tra le minestre indiane di legumi; per molti anni ho cercato la ricetta e gli ingredienti, dopo averla assaggiata in più di un ristorante. Purtroppo, richiede assolutamente un tipo di fagiolo non così facile da reperire: i fagioli indiani neri o fagioli mungo neri o azuki neri (Vigna mungo), che sono molto saporiti e che da cotti assumono una consistenza deliziosamente morbida e quasi gelatinosa. Si vendono in alcuni negozi che trattano cibi orientali sotto il nome di urad dal o black gram. Esistono interi, decorticati e spezzati, oppure solo spezzati; il tipo che serve qua sono quelli interi, ma penso che se si usassero quelli solo spezzati non cambierebbe molto. Anche se hanno lo stesso nome, distinguerli è facile: la versione decorticata è bianca, quella intera è nera e lucida e quella spezzata è come quella intera… ma spezzata. Date un occhio alla foto prima degli ingredienti.

Il piatto è ispirato ad alcune ricette del Punjab, ma nella sua versione “ufficiale da ristorante” fu inventato dallo chef Kundan Lal Gujral dell’hotel Moti Mahal di Dehli tra gli anni ’40 e ’50. Il nome vuol dire “minestra di legumi (dal) burrosa (makhani)“, a quanto si dice più per la consistenza e il profumo che per il contenuto di burro in sé, che è parecchio, ma meno che in altri piatti indiani.

Credo che sia la prima volta che questa ricetta viene pubblicata in italiano, almeno in una forma che un indiano riconoscerebbe.

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Maiale agrodolce alla cantonese

15 dicembre 2020

Questa ricetta, che potete trovare in qualsiasi ristorante cinese, sembra essere tipica proprio di Hong Kong. La presenza del ketchup negli ingredienti rende evidente l’influenza occidentale.

La preparazione è piuttosto macchinosa e onestamente quando l’ho fatto la prima volta pensavo che probabilmente non ne sarebbe valsa la pena. Mi sbagliavo!

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Aringhe del vetraio

3 dicembre 2020

Piatto svedese, che nella lingua di quel Paese si chiama proprio così: “aringhe del vetraio” o “aringhe del soffiatore di vetro”, glasmästersill. Si tratta di una conserva di pesce marinato e sotto aceto, che si mangia là per colazione e qui, più probabilmente, come antipasto. Il curioso nome deriva dal fatto che i ricchi signori svedesi usavano conservarle e servirle in vasi di vetro di foggia elaborata.

Per una volta, una foto mia. Questi in realtà sono sgombri del vetraio!

In sé sono facili da fare e sono state apprezzate da molti miei ospiti, ma i dubbi sugli ingredienti di cui parlo alla fine della ricetta mi hanno trattenuto dal pubblicarla per molti mesi.

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