Bitterballen
Se ogni tanto fate il brodo, avrete avuto il problema di che cosa fare della carne dura, filacciosa e insipida e vi rimane, almeno se non avete in casa un cane o un gatto poco schizzinoso. Le soluzioni che si danno di solito sono due: la potete gettar via, oppure farne delle polpette. Come sanno i miei coinquilini, io non scarto quasi mai nulla che sia ancora commestibile, perciò seguo più spesso la seconda strada. Tradizionalmente, da noi le polpette si preparano aggiungendo alla carne lessa tritata del pane secco ammollato, delle uova, aglio o altri aromi e, possibilmente, dell’insaccato. Una soluzione alternativa e un po’ particolare sono queste bitterballen, ricetta che viene dai Paesi Bassi, dov’è servita di solito come spuntino assieme ad una birra o un liquore. Il nome, che è in riferimento a quest’ultimo abbinamento, significa letteralmente “palle da amaro” (non, come ha tradotto qualcuno, “palle amare”, che sembrano piuttosto il naturale accompagnamento dei proverbiali “cazzi acidi”).
Chi è stato nel Paese dei tulipani saprà che la cucina locale lascia alquanto a desiderare, se si escludono le aringhe crude, i meravigliosi stroopwafel e, appunto le bitterballen. Se volete mangiare volentieri in Olanda, vi consiglio di visitare un ristorante indonesiano oppure, nell’ordine, prima un coffeeshop e poi il fast-food più economico che trovate nel raggio di trecento metri.
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Qualche giorno fa, parlando di ricette con un matematico, riflettevamo su quanto siano fastidiose sia quelle che danno le istruzioni alla seconda pesona singolare (come “prendi un uovo, sbattilo”) sia, ancor più, quelle che le danno alla prima singolare (“prendo un uovo, lo sbatto”). Per ridere, gli ho promesso che avrei scritto la seccessiva all’impersonale, come un problema di matematica e così ho dovuto fare.
Gelatina di mele
Non molto tempo fa ho preparato una marmellata di bergamotti, seguendo questa ottima ricetta che consiglio a tutti, e ne ho regalato un vaso. L’agrume in questione, che pochi conoscono e che non si trova tanto facilmente, è amaro più o meno come un pompelmo e la marmellata che ne risulta è, com’è ovvio, dolce-amara. A me piace molto, ma dopo averne descritto le qualità, la domanda che mi è stata rivolta – con una certa apprensione – è stata: «Ma è più amara della marmellata di arance?». Siccome per me la marmellata di arance dolci ha un retrogusto amaro appena riconoscibile, ho realizzato che il mio regalo avrebbe preso una di due sole strade possibili: quella del mio stomaco o quella della pattumiera.
Per compensare l’apparentemente intollerabile amarezza dell’unica mia ricetta di marmellata (che pure mi è valsa un mare di complimenti), ne do qui una seconda che invece è quasi stucchevole. Se vi piace il dolcissimo, allora questa fa per voi, altrimenti provatela mescolata allo yogurt o sul pane tostato spalmato di panna acida (abbiate fede!).
La procedura ha un passaggio in più rispetto a quella della maggior parte delle marmellate, ma la preparazione è comunque molto meno laboriosa che per gli agrumi o la frutta che va sbucciata e snocciolata. Il risultato molto bello esteticamente, perché se fatta bene viene perfettamente trasparente.
In fondo, una specie di suggerimento o sfida per i miei venticinque lettori. M’illudo verrà raccolta da qualcun’altro prima che da me stesso.
Stufato belga
Questo stufato di manzo cotto nella birra è noto col nome francese di “carbonnade flammande”. Siccome flammande significa “fiammingo”, mi pare il caso di segnalare che in olandese si chiama stoofvlees: né più né meno che “carne stufata”. Indeciso se fosse il caso di riconoscere ai valloni il diritto di battezzare un piatto di cui non rivendicano la paternità, ho deciso rinominarlo nel modo più generico e politicamente corretto possibile. Piace particolarmente al mio coinquilino, che da settimane insiste per avere la ricetta.

Biscotti cinesi
Questi biscotti (光酥饼, guan shu bing), che in realtà sono più delle tortine un po’ dolci, si vendono a quanto pare nei mercati di Hong Kong.
Non si può dire che siano spettacolari, ma si lasciano mangiare e sono talmente veloci e semplici da preparare che ho pensato valesse la pena appuntarsi la ricetta.
Linguine al limone
Il mio conoscente di Roma ama il limone così tanto che mi ha convinto ad interrompere la lunga pausa forzata che il lavoro mi impone per pubblicare questa ricetta.
Siccome viene direttamente dagli anni ’80, spesso la si trova in giro fatta con la panna da cucina. L’abbinamento è quanto mai diabolico perché normalmente la panna, come il latte, coagula immediatamente se esposta agli acidi, che è poi il motivo per cui si può prendere il tè con il latte oppure con il limone, ma non con entrambi! La panna fresca coagulata col succo di limone, scolata dal siero, e omogeneizzata ha perfino un nome tutto suo: “mascarpone”. La panna da cucina, d’altra parte, può durare per mesi nel suo cartone perché contiene uno stabilizzante (di solito carragenina), che forse la salva anche in questo caso. Forse. Di certo non sarò io a fare la prova.
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L’avocado del diavolo
Con questo caldo (e con una tesi di dottorato da scrivere) la voglia di cucinare viene un po’ meno. Per questo, ho pensato di dare alcune indicazioni su un ingrediente che ormai si trova in tutti i supermercati, ma che è poco conosciuto e poco apprezzato, ottimo per mettere insieme un pranzo velocissimo ed estivo, come vedrete sotto.
Sono due, credo, i motivi della poca fortuna dell’avocado: il primo è che molta gente pensa –sbagliando– che si tratti di un frutto, nel senso gastronomico del termine, mentre è invece una verdura. Il secondo è che di solito si trova in vendita molto immaturo ed ancora sostanzialmente immangiabile, così chi lo assaggia per la prima volta senza sapere che cosa aspettarsi ne resta puntualmente deluso.
La pianta, poi, ha un sacco di storie interessanti da raccontare, che i curiosi troveranno sotto alla ricetta.
Spaghetti alla Scarlett
Una mia cara amica, che chiameremo Scarlett non perché sia il suo vero nome, ma perché è con questo pseudonimo che è nota ai più, va in giro dicendo che io farei “la pasta aglio e olio con l’uvetta”. Come vedrete dalla ricetta sotto, si tratta di una grossa semplificazione della faccenda. Non avendo mai ricevuto un nome questo piatto rabberciato coi rimasugli di una casa a lungo disabitata, mi permetto di dedicarglielo, sicuro che non le spiacerà essere associata ad una pietanza particolarmente facile e indubbiamente appetitosa, seppur priva di ogni raffinatezza.
Rossella O’Hara, Scarlett O’Hara nell’originale, interpretata da Vivien Leigh. Un personaggio forte e volgare, come questa ricetta.
Non è certo un degno sostituto del ragù di carne, ma un po’ lo ricorda ed è sicuramente commestibile.
Se siete seguaci del veganesimo, oppure non avete neanche gli occhi per piangere, questo sugo per la pasta fa per voi. Se poi incontrasse anche il favore anche di qualcuno che non si trovi in una di queste due infelici condizioni, non mi stupirei molto: anche tra le persone abbienti e apparentemente sane di mente c’è chi prende il “caffè” d’orzo o di cicoria solo per una qualche inintelligibile forma di autolesionismo.
Le lenticchie rosse si spappolano troppo e non sono adatte per questo piatto
Biscotti frollini (2.0)
Tempo fa, diedi una ricetta di biscotti frollini che mi aveva soddisfatto parecchio, ma devo dire che quest’altra è senz’altro molto migliore. Onore al merito! La riporto qui quasi uguale, con pochi cambiamenti e osservazioni aggiuntive, alcune prese dalla mia versione precedente.
La ricetta, come i più acuti osservatori avranno realizzato, è una versione solo poco modificata di quella usata (o meglio proposta) da una celebre azienda italiana e debbo dire che viene davvero molto simile nel risultato. In altre occasioni non mi sono fatto problemi a menzionare marche specifiche, ma in questo caso, a nominarla, mi sembrerebbe più che di dare una disinteressata opinione personale, di voler sfruttare a mio vantaggio il successo di un loro prodotto, che se non è inopportuno, è almeno di cattivo gusto. Ne faccio un punto d’onore: quel che guadagno con questo blog* voglio che sia farina del mio sacco, non del mulino altrui.
* naturalmente, una cifra negativa con nessuna voce nella partita dell’Avere.


